Siamo <forme> in movimento, in scena tra edificio e paesaggio. Il nostro abitare si configura come un continuo entrare e uscire. Dal dentro al fuori e dal fuori al dentro. Questo doppio movimento può tradursi in finalità di progetto?
Il MAC di Oscar Niemeyer, mostra come l’architettura possa farsi tentativo di abitazione di uno spazio per <guardare>. Ciò che è dentro dialoga con ciò che è fuori e il rapporto culturale tra uomo e natura diventa visibile. “Forse con tutto ciò che abbiamo scoperto, finiamo per scoprire ancora la natura”¹. Louis Kahn sosteneva che il miracolo dell’architettura fosse in grado di produrre un’idea di passaggio e comunicazione tra due realtà. Il muro poteva contrarsi fino a diventare colonna: un miracolo di trasparenza e permeabilità.
Ma nel momento in cui il concetto di interno prende le distanze rispetto all’esterno urbano, questo rapporto tra in e out rimane visibile nella dimensione individuale dell’abitare?
Nel nostro <appartamento>? All’interno della casa contemporanea, che sembra seguire sempre più i criteri scenici di una rappresentazione, l’abitare si esprime attraverso il rapporto fra spazio singolare e sociale. Il salotto, luogo di <incontro> prima che di ispirazione per i designer, non è figlio della casa contemporanea: tablinum nella domus patrizia, salone centrale nella casa parigina ottocentesca, ambiente da club nell’unifamiliare inglese dello stesso secolo. Tuttavia la casa resta ancora lo spazio rispetto al quale, come ha osservato Michel Serres, il mondo si fa scenario, tappezzeria, <scatola>.
La città propone l’in e out a grande scala. Gli spazi sono divisi da un cancello o da una porta chiusa a chiave. Questa distinzione tra pubblico e privato provoca dissociazione nel modo di abitare. Non è catastrofe se si rende necessaria un’altra idea: lo <spazio intermedio>. Le città olandesi sperimentano questa <terza> dimensione già dal secolo scorso, dal quartiere Spangen alla Crystal Court di Amsterdam, con esiti indubbiamente stimolanti. Le esperienze dal moderno non sono di poco conto. La Maison de Verre di Chareau avrebbe sicuramente appagato il desiderio di un certo fotoreporter hitchcockiano. E se dall’india arriva la capanna tribale dello Studio Mumbai, l’architetto Takeshi Hosaka, da Tokyo, propone la Garden House attraverso il progetto <Inside House+Outside House>.
Queste sperimentazioni denunciano una casa contemporanea molto spesso conformata. Proprio ciò che l’avanguardia novecentesca di Hundertwasser aveva annunciato come rischio. Ma, se è vero che casa e città esistono in ragione di chi ne abita gli spazi: “la spinta creativa è verso quello che Einstein chiama <lo spazio senza scatola>. Spazio come strumento di emancipazione individuale e comunitaria, che rispecchia e contesta la società per stimolarne il rinnovamento”².
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