Affascinato dalla figura umana ma allo stesso tempo intimidito da essa, Marco Onofri, fotografo di Cesena, decide di convertire una fragilità in pregio: comincia a fotografare volti umani in modo da doversi avvicinare alle persone combattendo l’imbarazzo.
E’ in questo modo che consolida l’esperienza professionale nel campo da ormai dodici anni riuscendo a muoversi tra diversi generi fotografici. Stephen Shore, Michael Ackerman, Sarah Moon, Anders Petersen o Dennis Hopper sono le guide stimolanti che gli hanno permesso la formazione di uno stile personale spontaneo, libero e profondamente intenso.
Come nasce il Marco Onofri che conosciamo e in che modo la fotografia incide sulla sua vita?
Ho iniziato a fotografare quello che mi stava intorno e per combattere la timidezza ho deciso di dedicarmi alle persone. In questo modo ero costretto ad avvicinarmi, parlare, conoscere, incontrare. E’ stata un’ottima scelta anche se all’inizio mi limitavo a fotografare da lontano con il teleobiettivo. Ora la fotografia è il mio linguaggio, o almeno quello che preferisco. È il mio mezzo per parlare di me: le persone che mi conoscono dicono che ci vedono me, il mio essere. Sicuramente è il miglior modo di esprimermi “in silenzio”.
Osservando il tuo lavoro si nota lo spaziare tra diversi generi fotografici, dal reportage alla moda, dallo still life al ritratto. Quale credi sia il linguaggio che più ti rappresenta o che preferisci?
Lavoro come fotografo da circa 12 anni e in questo periodo ho provato un po’ di tutto, per curiosità, per situazioni, per lavori commissionati. Lo still life non fa per me anche se quando lo faccio mi ci impegno molto poiché richiede la massima precisione. Mi occupo principalmente della fotografia che richiede la presenza di persone o modelli: dal ritratto, alla moda, al lifestyle fino al reportage. In tutti i miei scatti si trova in qualche modo la presenza della figura umana; anche quando viaggio e visito luoghi sconosciuti, non riesco a fotografare senza persone. Il ritratto mi affascina molto e proprio in questo periodo mi sto dedicando alla mia crescita personale in questo campo.
Hai vissuto un’intensa esperienza in Myanmar. Quali sono le emozioni di un fotoreporter che si ritrova davanti agli occhi una realtà inusuale a chi non la vive personalmente?
Quando viaggio, in Myanmar o altri paesi che ho visitato, sono semplicemente un turista curioso, un estraneo che vuole conoscere un po’ di più. Sicuramente è importante leggere e documentarsi prima, ma quando ti trovi di fronte certe situazioni, sei semplicemente un curioso che deve innanzitutto rispettare il luogo e la gente che si è andata a conoscere, senza preoccuparsi troppo di fare la bella foto quanto di vivere quella situazione con rispetto e senza limiti. In Mynamar ho imparato dodici frasi per poter chiedere in modo cortese alle persone di farsi fare un ritratto: conservo 140 ritratti. E’ stato bellissimo perché il contatto era più semplice.
Le tue foto, Marco, emozionano, scuotono la sensibilità altrui. In che modo si riesce a conferire questa prerogativa ad uno scatto?
Non so il motivo esatto per il quale viene scossa la sensibilità altrui ma probabilmente perché prima di tutti quello scatto ha colpito me, la persona ritratta mi ha conquistato, la situazione ha catturato la mia attenzione. Coloro che sono sulla mia stessa lunghezza d’onda avvertono forse la stessa emozione.
Come si costruisce lo stile personale di un fotografo, tale da riuscire ad identificare uno scatto con il proprio artefice?
L’importante, a mio parere, è parlare di sé come persona, cercando di rispettare il proprio gusto, il proprio modo d’essere e la fotografia vien da sé. Rispettare e accettare se stessi porta a costruire il proprio stile. Il bello delle persone è che sono tutte diverse, quindi risulta inutile per un fotografo imitare il lavoro di un altro, come spesso accade. E’ comprensibile essere condizionati dal proprio fotografo preferito ma ognuno dovrebbe rispettare la propria individualità. E’ solo così che si potrà essere riconoscibili ed apprezzati per ciò che si è.
In quanto fotografo ti impegni nel bloccare il tempo in un’immagine, riportando in essa ciò che in quel momento occupa il tuo campo visivo. Qual è, se esiste, la differenza tra “vedere” e “osservare” a tuo parere?
Un buon fotografo, quando fa reportage o un ritratto, dovrebbe avere occhi attenti per vedere e una testa pronta a pre-vedere. Allenarsi, anche senza macchina fotografica, a vedere intorno a sé situazioni interessanti, volti, luoghi, sicuramente aiuta. Più fotografo e più mi accorgo che assaporo la vita anche quando la macchina non ce l’ho. Penso che la fotografia aiuti ad aprire gli occhi sempre e di conseguenza a vedere e sentire ciò che ci circonda. E’ come se ci aiutasse a toccare con mano ciò che vediamo.
Raccontaci dell’esperienza vissuta alla scorsa Milan Image Art Fair. La possibilità di esporre il proprio lavoro, di disporre di un proprio stand e l’attenzione nazionale su voi, esperti di immagine: fino a che punto tutto ciò costituisce fonte di gratificazione personale?
E’ chiaro che è davvero gratificante esporre le proprie opere in uno stand, vederlo sempre pieno di persone interessate, ricevere attenzioni, complimenti da altri galleristi e collezionisti, vendere a persone che han deciso di scommettere su di te, che vogliono una tua foto in casa, magari vicino ad un pezzo famoso di Nino Migliori. In fin dei conti sono foto che faccio per me, le mie foto, senza commissioni, richieste o limiti; le faccio come e quando voglio e sono foto che resistono al tempo. Spesso gli scatti realizzati per i clienti hanno la vita breve di una stagione, o qualche anno in alcuni casi. Queste invece sono per sempre: pochissimi pezzi, firmati e stampati sulle migliori carte fine art. La seconda esperienza al MIA sarà a Parigi il prossimo novembre.
Se, ad esempio, a parità di location, il fotografo X decide di fotografare un soggetto e il fotografo Y un altro, ciò è probabilmente dovuto al fatto che dietro ogni scatto c’è un riferimento, un’ispirazione. Quali sono quelle che accompagnano il tuo lavoro?
Sono molte le ispirazioni, le cose che mi conquistano, e sono anche diverse tra loro. Non ho un genere che mi accompagna o condiziona il mio lavoro. I mille libri di fotografia mi hanno chiaramente ispirato così come il cinema, le mostre che spesso mi regalo. Adoro Stephen Shore come Michael Ackerman e Sarah Moon, Lindberg o Dennis Hopper, Anders Petersen e tanti altri.
Quale concreto input daresti ad un giovane principiante convinto di voler percorrere questa strada, oltre alla fiducia in se stesso e nei sogni?
Il consiglio che darei è che non bisogna mai confondere il lavoro del fotografo con le fotografie che si ama fare per sé. Sono cose diverse. Il fotografo ha responsabilità, limiti, tempi e commissioni da rispettare. La fotografia personale è un’altra cosa. Inseguire i propri sogni è importante ma bisogna prima identificare quali sono e se corrispondono a ciò che si individua nel lavoro del fotografo.
Un’ultima domanda riguardo la tecnica: cosa pensi dell’analogico e del digitale? Quale prediligi? Del fotoritocco, invece?
Il digitale è senza dubbio comodissimo per il lavoro, almeno per i clienti che ho avuto finora. Un lavoro buono e soprattutto veloce, consegnato entro pochissimi giorni, è oramai routine; non mi stupisco più quando mi dicono che hanno fretta. In certi campi è davvero indispensabile. La pellicola preferisco conservarla per le foto personali, quelle scattate senza urgenza e con un sapore diverso. Il fotoritocco è utilissimo per i lavori di moda, per sistemare, ad esempio, le imperfezioni della modella o dell’abito. Non amo abusarne tant’è che nelle foto che scatto per me è quasi inesistente: un po’ di correzione cromatica, contrasto e via, la foto è pronta e sviluppata.