Aldo Loris Rossi è nato a Napoli nel 1933 da famiglia operaia. Nel ’52 si iscrive alla facoltà di Architettura, ma l’abbandona dopo pochi mesi giudicando spenti sia l’ambiente che il tipo di insegnamento. Ci ritorna dopo un anno per dirigere il movimento studentesco e infine per laurearsi. Autodidatta, impara soprattutto viaggiando in autostop o con borse di studio, dalla Norvegia alla Grecia, dagli Stati uniti all’URSS, visita, rileva, fotografa le opere dei maestri e del Movimento Moderno. Frequenta artisti e letterati partecipando a gruppi e riviste di rottura. Dalla seconda metà degli anni ’50 si occupa poi di progettazione architettonica e urbanistica alternando studi di modelli teorici di città e interventi sulla città reale. Architetto ordinario di Progettazione alla Facoltà di Architettura di Napoli e Accademico Emerito delle Arti del Disegno di Firenze, Aldo Loris Rossi, già vincitore di concorsi internazionali e nazionali, è stato inoltre invitato per consultazioni, workshop, numerose riviste ed esposizioni internazionali che lo hanno promosso come architetto di riferimento nel panorama internazionale. Suoi disegni e modelli sono stati acquisiti dal Centre Pompidou di Parigi e dal FRAC (Fonds Régional d’Art Contemporain Centre) di Orleans.
Nonostante importanti riconoscimenti internazionali, la cultura architettonica italiana ha spesso sottovalutato i risultati della sua ricerca, ponendolo come figura anomala nel panorama nazionale. Formatosi come autodidatta, si è posto sempre in una condizione di volontario isolamento dall’ambiente accademico sia come professionista che come professore universitario (isolamento comune anche a Maurizio Sacripanti). Una forma di esilio sancito dai detentori della cultura disciplinare.
Il fenomeno architettonico ‘Nuova Utopia’ in cui si inserisce giovanissimo Aldo Loris Rossi abbraccia il concetto di indeterminazione spaccando e rifondando i principi dell’International Style e depennando infine il suo proibizionismo. La nuova ideologia si concretizza nell’architetto con lo studio delle opere di F.L. Wright, E. Mendelson e H. Sharoun estendendosi nell’interesse per la conformazione spaziale connessa allo sviluppo dinamico delle forme in continuità con le sperimentazioni futuriste, costruttiviste, espressioniste, neoplastiche, con le concezioni corbusieriane e soprattutto organiciste. In tale ipotesi si muovevano ad esempio L. Khan, K. Tange, H. Scharoun ed altri ancora, in Italia P. Soeri, G. Samonà, M. Sacripanti, G. De Carlo, L. Quaroni, C. Scarpa.
Risulta difficile arrivati a questo punto definire i margini del linguaggio di Aldo Loris Rossi non includendo le influenze date dallo studio critico e dichiaratamente antidottrinario che egli fa dell’arte moderna e delle strutture primitive, interesse sviluppato su un campo di azione che va dalla progettazione architettonica fino alla collaborazione con riviste di arte contemporanea, architettura, letteratura e sociologia urbana.
«Lo sviluppo in senso prevalentemente plastico della ricerca spazio visiva da luogo alla riduzione della ‘scultura’ all’apparente elementarità delle cosiddette strutture primarie: corpi colorati a più dimensioni, spesso praticabili e dunque fruibili come ambienti. Inseriti nello spazio reale (urbano o naturale che sia) ne qualificano come campo la porzione che viene oggettivamente influenzata dalla struttura, cioè strutturata: la quale tuttavia non viene posta come archetipo o modulare, cioè come chiave di interpretazione della realtà, ma come inserto che determina e qualifica una concreta situazione spazio-visiva. E’ facile intendere come dal concetto della forma-ambiente si passi a interventi in grande scala miranti a ri-strutturare e ri-qualificare il paesaggio (urbano e non), come se esso non potesse avere alcun significato senza il segno significante» (G.C. Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni, Firenze 1970)
Ricordiamo come Kandinskij aveva “astratto” la sfera dell’arte, elaborando i movimenti suggeriti dall’inconscio; Malevič aveva voluto riportare l’arte al “grado zero”, evidenziando il ruolo dei vettori generici in atto; Boccioni prima e Duchamp poi, avevano “deformato plasticamente e smembrato morfologicamente l’oggetto”, cristallizzandolo nel movimento. Aldo Loris Rossi metabolizza questa strada rifiutando quindi la staticità dell’oggetto ma senza astrarre troppo l’idea di macchina e di velocità, riconsegnando contemporaneamente al fattore umano un ruolo principale. Un atteggiamento organico e un processo di correlazione morfologica tra segno e materia, territorio di valori naturali e antropici.
Il progetto per i “servizi sociali per i lavoratori del porto di Napoli” detto anche “casa del portuale”, lavoro eseguito tra il 1968 e il 1980 a Calata della Marinella nella Zona Est del porto di Napoli, sancisce il riconoscimento dei comportamenti irrazionali, della libertà di espressione e della multidisciplinarietà in netta simbiosi con l’idea di una “città che accade”.
«nomade, transitoria, intercambiabile, fantasiosa, ove il caos si autoregola spontaneamente, e ciascuno inserisce a caso il proprio manufatto […] esorcizzando ogni tabù sulla stabilità dell’habitat» (B.Zevi, Storia dell’architettura moderna, Einaudi, Torino 1973).
In quest’opera di Aldo Loris Rossi si individuano alcuni archetipi insediativi, quasi forme logiche supreme sospese tra onirico e reale dove la gravità viene sfidata da sconnessioni dialettiche ed elementi di disturbo, ripetizioni e differenze opposte spesso all’ordine gerarchico e alla normalizzazione.
«la facciata di una casa deve scendere , salire, scomporsi, entrare e sporgere secondo la potenza di necessità degli ambienti che la compongono» (Boccioni, Manifesto per l’architettura futurista, Milano 1913)
“Le torri” crescono in verticale come metafore dell’assoluto e superamento del linguaggio omologato e della leggi inderogabili.
Assumendo una visione in larga scala, risulta evidente nel processo ideativo dell’architetto napoletano come la casa del portuale fu sia un orgoglioso manufatto isolato ad elevato valore scultoreo, sia per intero o comunque in parte coerente con l’idea di “città-struttura”, un’unità urbana a sviluppo verticale polifunzionale e policentrica che si autogoverna in simbiosi con le leggi della natura. Una città laica, mortale e sociale.
Con lo specifico obbiettivo di ridurre al minimo l’uso del territorio, la mega-struttura propose volumi dedicati a vari programmi sovrapposti su diversi livelli: uffici, abitazioni, vendita al dettaglio, piazza sopraelevata, ristorante e spazi ricreativi. Dai dati reperiti si può asserire che al livello più basso si trovavano gli uffici, le aree di servizio e le attrezzature; altri uffici e le abitazioni occupavano i livelli intermedi, mentre il ristorante si trovava al livello più alto.
Il primo lotto dell’edificio concretizzò, quindi, i principi espressi dall’architetto napoletano e volle proporsi come frammento della nuova metropoli. Nel secondo lotto, separato ma integrato al preesistente con un passaggio aereo, concepisce con esso un insieme organico di rapporti spazio-funzionali. Esso è articolato intorno a nuclei strutturali e impiantistici che determinano i punti fissi della matrice.
La casa del portuale trasmette un processo compositivo che richiama una poliedricità “neo-barocca” (G.Dorfles), sublimata nelle geometrie complesse e nelle aggregazioni radiali. La facciata diventa filtro delle tensioni ed involucro praticabile, la poetica dei contrappunti vede i dodici cilindri corrispondenti ai collegamenti verticali opposti, in un gioco formale e funzionale, alle piastre orizzontali contenenti le singole funzioni.
«La visione scatolare, a pacco, è superata. Non ci interessa più l’epidermide, vogliamo conoscere ossa e organi» (A.L.Rossi)
I tagli profondi per accentuare la verticalità e la drammatizzazione plastica, come l’inserimento di volumi fortemente aggettanti dalla sagoma si misura ancora oggi in un contesto scenografico (spesso) degradato.
«Lo squallido, degradato contesto litoraneo di Calata della Marinella, privo di parametri creativamente significativi, viene animato da un oggetto pioneristico, spettacolare, eversivo, che sembra reclamare un riscatto ambientale. Vi si accumulano etimi eterogenei del bricolage pop, del non-finito, del ruinismo, dell’action-architecture» (B.Zevi)
L’immagine urbana del futuro conquista da sempre l’uomo e il suo inconscio, dà forma e sostanza ai sogni, esorcizzando paure nascoste e dubbi remoti. “La casa del portuale” non è, forse, la concretizzazione di un immagine fantastica apparsa in sogno?