Lo “Scrittore” e il “Professore”, accompagnati dallo “Stalker”, si avventurano in una stanza immensa e spoglia. Il posto sembra aver subito una catastrofe naturale o un bombardamento: i pilastri sono deteriorati, con i ferri delle armature che ricordano la loro potenza. Il soffitto non si vede ma una luce soffusa e sinistra piove dall’alto e si posa su dolci declivi di materiale sabbioso posti sul pavimento, intervallati da pozzanghere. Su questo suolo surreale, a metà tra un campo minato e la superficie lunare, la compagnia si muove e consuma la propria ricerca di una stanza dove si avverano i desideri più intimi e segreti. Un paradiso per uomini di scienze e di lettere.
La suggestiva sequenza è tratta da Stalker, la pellicola di Andrej Tarkovskij del 1979 che anticipò di sette anni lo scenario apocalittico che seguì il disastro di Černobyl’. La natura selvaggia si riappropria di spazi umani ormai abbandonati e crea un nuovo microsistema interno abitato dal vuoto.
L’installazione Not Red But Green che occupa lo spazio della galleria non-profit No Place, a Oslo, sembra inserirsi perfettamente in questo scenario di astrazione: lo spazio della galleria è invaso da un suolo artificiale, fatto di rilievi terrosi con un rado prato erboso.
L’opera è di Per Kristian Nygård, artista norvegese formatosi alla Malmö Art Academy, alla Nordland Art and Film School e infine alla Norwegian University of Science and Technology in storia dell’arte. Nygård spiega che questo lavoro è frutto di un sogno avuto durante il delirio di una forte influenza.
Not Red But Green (NRBG) è strettamente legata ad “Hagen“, l’opera precedentemente esposta a Trondheim nel 2013. Un giardino ornamentale con selciato e fontana circolare si dirama con le sue aiuole in uno spazio domestico, sezionando e avvolgendo oggetti d’arredo comuni che hanno perso la loro funzione originaria. Sulle pareti un alone ricorda la presenza di quadri e racconta di un processo di spoliazione che ha di nuovo reso anonimo un posto nato per essere abitato.
NRBG si presenta come un paesaggio collinare, le chiusure verticali che lo circondano sono solo una circostanza accidentale, oltrepassa i muri astratti dello spazio espositivo per estendersi all’infinito. Indubbiamente il lavoro ricorda Riverbed di Olafur Eliasson al Louisiana Museum of Modern Art di cui Artwort vi ha già parlato a settembre.
Il processo ideativo è quello di uno zoologo che raccoglie le specie animali per rinchiuderle in un contenitore di vetro, campionando un elemento naturale per ridurlo a una tassonomia conoscitiva. Immergersi in un lembo di terra erbosa, poterne apprezzare l’odore e la tattilità, è un’esperienza tanto forte se si rapporta al contesto urbano in cui questo paesaggio è stato inserito. La nozione di limite che separa interno/esterno è resa equivoca dalla proiezione di un campo naturale, per definizione infinito, all’interno di un ambiente artificiale. Viceversa le aperture della galleria No Place affacciano su un paesaggio fatto di ferro e cemento, come se questo fosse stato privato di quel suolo.
NBRG è un site-specific che permette d’immergersi in una topografia disegnata con i materiali naturali, lavora sull’immaginario dello spettatore e richiama paesaggi selvaggi della mente.