Frutto di riletture e riflessioni introspettive, il progetto di Marilù Gioffrè, fotografilosofa calabrese adesso risedente a Londra, contiene una domanda e una risposta per la realtà quotidiana in cui siamo immersi.
Riprendendo il concetto del filosofo Zygmunt Bauman –che pensa la nostra società come liquida, fluida e velocementissimamente dinamica– Marilù immortala momenti di autoscatti, i cosiddetti “selfie”, in una New York in versione natura morta. Girovagando e perdendosi nelle lunghe strade parallele e trasversali della capitale del mondo, Marilù ha notato che centinaia di selfie erano contimuamente scattati, senza ragione né logica nei luoghi comuni e non comuni della Grande Mela.
Il viaggio a New York comprende la partecipazione ad un concorso indetto dal laboratorio fotografico bolognese Spazio Labò, che ha permesso a Marilù di potersi immergere nella grandezza statunitense.
Ci dice:
E se cristallizzarsi in forma entro una certa maniera fosse ricordarsi, in questi tempi ad alta velocità, telemachie diroccate ed incertezza, l’unica difesa contro la velocità della cascata di un fiume che accelera tutte le sue lancette e ci fa perdere di vista e tatto?
La sua raccolta coinvolge generazioni di luoghi ed età diverse, globalmente immersi e interconnessi in una realtà virtuale -come i social network- dove finiscono autoscatti su autoscatti.
L’occhio acuto di Marilù le ha permesso di esporre a Venezia e prossimamente a Roma.
Altre caratteristiche dei suoi lavori si possono rintracciare sul suo blog personale, dove il comune denominatore si declina in ritratti e in altri generi fotografici.
Un’artista che non si accontenta di saper padroneggiare l’elemento luce, ma che in esso vuole immergersi per potersi ritrovare, per farsi interprete delle luci di una rete che si è espansa all’ennesima potenza.