La chiamano arte concettuale, quando si prendono Una e tre sedie e le si affianca una definizione.
La chiamano Narrative art, quando si collega al recupero della memoria e del tempo.
Si chiama autolesionismo quando l’artista, nel pieno di una performance accompagnata da un concetto, accompagnato magari da un ricordo del passato, si procura dei danni fisici e mentali.
Basterebbe raccontare la storia di Marina Abramovic per aprire una finestra su questo mondo fatto di un’interazione diversa tra l’artista ed il pubblico, ma introdurre il tema con un’asserzione parafrasata dello psicoanalista Emerson, il quale riteneva l’autolesionismo una forma simbolica di masturbazione, rende la dinamica sottostante a certe performances forse più affine alla viscerale natura di queste Esecuzioni.
Viscerale non perché si espongano le visceri, ma la carne che si straccia verso i limiti tra il corpo e la mente certamente non manca.
Una definizione in tale dimensione è da ritrovare nell’universo di significato celato dietro il masochismo, termine talmente usato nella quotidianità che Leopold von Sacher-Masoch (autore austriaco da cui proviene il nome) probabilmente è conosciuto solo da chi, preso da curiosità, ha cercato su internet la provenienza di questa parola. L’universo a cui però bisogna fare riferimento è quello aperto dal beneamato Freud, il quale descriveva il masochismo come il raggiungimento del piacere attraverso il dolore, legato in una diade fatale al sadismo, che non si propone come antipodo ma come complementare, in quanto il sadico prova sì piacere nel procurare dolore ad altri, ma perché conscio del potere estatico dello stesso.
Il buon Sigmund descriveva pertanto:
• un masochismo erogeno, legato al raggiungimento del piacere sessuale;
•un masochismo femminile, insito nel funzionamento psicologico stesso della donna;
•un masochismo morale, vissuto nell’attesa dell’umiliazione, di quel colpo che destruisce e non restituisce la dignità.
Questo piccolo excursus didattico ci porta quindi al tentativo di definire ciò che Deleuze chiama “un corpo senza organi”: il corpo del masochista.
Se Marina Abramovic in Rhythm 0, a Napoli nel 1974, si era presentata vestita solo delle sue paure sorrette da strumenti di piacere e dolore davanti ad un pubblico “interattivo”, l’ha fatto per de-viscerare il suo corpo sotto un’orda di improvvisati istigatori che, come pezzi di un puzzle perduto, trovavano il loro spazio complementare.
Se nella bibbia ebraica i sacerdoti di Baal “si tagliavano con lame fino a che il sangue non scorreva”, se persino i cani, nel pieno di un disturbo ossessivo compulsivo sviluppano un’autolesiva dermatite da leccamento, non possiamo far altro che descrivere questo comportamento come un prodotto naturale, non proveniente da artefici post-moderni atti ad estremizzare la realtà, ma come un puro e semplice comportamento naturale.
Tuttavia, come la scienza ci insegna, non tutto ciò che è naturale è bene, e tutto ciò che bene dovrebbe rispettare logiche funzionali al conservamento della specie, ma quando Freud, come anche Erich Fromm, vestono questa dinamica della profonda pulsione di morte, allora le performances psicotiche di Marina Abramovic, Gina Pane, Ulay e tanti altri, rappresentano l’orlo del precipizio che affaccia sull’oscuro desiderio di morire.
Non tutti sapranno che le zone erogene del nostro corpo sono dettate nella loro attività erogena, per l’appunto, da recettori la cui struttura e funzionamento è dolorifica.
Non tutti sapranno che nello slang francese l’orgasmo è anche detto “La petit mort”.
Non tutti sapranno, o forse non vorranno sapere, che il piacere estatico inteso come annullamento dei sensi, molto spesso legato anche ad esperienze psicotrope indotte da droghe, diventa un’ossessione solo in virtù del mancato assecondamento della propria natura umana, della propria pulsione di morte: esattamente come il feticista masochista che gode non perché la sua mistress gli cammini sui testicoli, ma perché lei, in procinto di farlo, non porta a termine la sua missione, scampando quindi quel dolore, che non è altro che un piacere portato all’estremo.