Le interviste immaginarie sono un viaggio intrigante che ci porta ad incontrare, ogni volta, un grande del passato. Cinque domande rivolte con leggerezza per scoprire vita, passioni, progetti, segreti e umanità di questi personaggi, ricostruiti sulle basi del nostro sogno e sulla realtà della storia. Personaggi che si presentano vivi e attuali, ma in tutto rispondenti al loro tempo e alla loro personalità. Per capire veramente come e perché siano così importanti per la nostra cultura.
Una grande emozione quando Peggy Guggenheim mi ha confermato l’intervista. La rincorrevo da anni, fra telefonate vorticose, appuntamenti mancati e ripetute assicurazioni, ma Peggy era sempre in giro per il mondo a scoprire nuovi talenti, curiosando come un segugio dal fiuto infallibile e raffinato negli atelier degli artisti. L’appuntamento è a Palazzo Venier, che ammiro incantata riflesso tremolante nelle acque del Canal Grande, aperto al pubblico nel ’49 in occasione di una mostra di sculture esposte in giardino curata da Peggy Guggenheim insieme al critico Giuseppe Marchiori. È una giornata solare e mi auguro che Peggy indossi i suoi mirabolanti occhiali da sole.
Peggy il suo amore per Venezia è stato ricambiato dalla città che pochi anni fa, nel 1962 mi pare, l’ha nominata cittadina onoraria. Già a fine degli anni 30 – quando acquistò opere di Salvator Dalì, Francis Picabia, Constantin Brâncuşi, Georges Braque, Fernand Léger e tanti altri che lei ha contribuito a far diventare famosi – aveva idea di aprire un museo dove esporre la sua collezione. Nel ’38 apre a Londra la galleria Guggenheim Jeune che inaugura con la mostra di Jean Cocteau, ma il suo pensiero è quello di un museo. La ricerca della sua casa museo, a quanto ho saputo, è durata tre anni…
Per Venezia l’amore è stato a prima vista, viscerale, come quello che provo per gli artisti che decido di seguire. Cercavo una casa che fosse l’ideale per i miei quadri e per i miei cani che avevano bisogno di un giardino… e Palazzo Venier dei Leoni rispondeva a queste mie esigenze. È stata una fortuna che non sia stato mai terminato, rispetto al progetto iniziale dell’architetto Lorenzo Boschetti a metà del ‘700, sarebbe stato troppo grande e oneroso da gestire, ma il giardino, dove leggenda vuole che la famiglia Venier facesse gironzolare un leone, è uno dei più grandi di Venezia. Ho trasformato solo gli interni, per ospitare le opere, perché trovare quadri che rappresentino il meglio di un certo pittore, di una certa tendenza, epoca e scuola è sempre stata la mia passione. I miei preferiti li ho appesi in sala da pranzo. Glieli mostro volentieri, se le interessano! Può farmi altre domande mentre camminiamo perché, purtroppo, non ho molto tempo da dedicarle. Tra poco ho un appuntamento con Emilio Vedova che, dopo il Gran Premio conferitogli dalla Biennale di Venezia nel ‘60, è irraggiungibile… ma oggi ha deciso di dedicarsi un po’ a me… Potrà fare colazione con noi, se crede, così conoscerà Emilio e potrà chiedergli del Percorso/Plurimo/Luce, l’opera che sta realizzando per l’Expo ‘67 di Montreal, un progetto molto interessante… un’installazione video-sonora con proiezioni di lastrine di vetro di Murano e le note elettroniche di Marino Zuccheri… ma sto già svelando troppo…

Sono lusingata per l’invito ed emozionata di incontrare Emilio Vedova! Ora… vorrei chiederle di ricordare la Parigi degli anni ’20, la foto che le fece Man Ray nel ‘24 fasciata in un abito dorato disegnato da Paul Poiret, radicale innovatore della moda della Belle époque, e il copricapo di Vera Stravinskij. Man Ray era un contestatore che definiva le sue opere “Pittura da cavalletto” per contraddire e irritare dadaisti e surrealisti che si ritrovavano nei caffè di Montparnasse, le loro discussioni sul futuro dell’arte con pochi spiccioli in tasca. E poi… i suoi lunghi capelli castani tagliati per essere alla moda, l’inizio dell’avventura di una donna prorompente che lascia il segno ad ogni suo passaggio, gli incontri con Samuel Beckett e Marcel Duchamp. Nel 1941 il matrimonio con Marx Ernst in Virginia, dopo esservi rifugiati in America, dove aveva spedito anche tutte le opere della sua collezione, allo scoppio della guerra… I gioielli disegnati per lei dai grandi artisti che la corteggiavano, gli orecchini con le scene del deserto del 1938 di Yves Tanguy che avrebbe voluto sposarla… la scultura Silver Bedhead nella sua camera da letto creata per lei da Alexander Calder nel 1946… Stiamo facendo un viaggio nel suo museo e un viaggio nel suo tempo. Una vita avventurosa la sua, vero Peggy?
Ricordo che non è stato facile, all’inizio, farmi accettare in quella Parigi effervescente di talenti. Io rappresentavo l’americana piena di soldi, la donna libera e volitiva, senza pregiudizi, l’irrequieta ereditiera, l’americana in cerca di avventure che si divertiva a frequentare artisti squattrinati che certamente si sarebbero approfittati di me e della mia proverbiale ricchezza… È sempre stato un problema avere poco denaro o averne troppo! Marcel Duchamp mi ha introdotto nel mondo dell’arte dandomi la possibilità di avere una collezione a Londra, ma devo ricordare anche l’amicizia e i preziosi suggerimenti di Samuel Beckett. Io, a quei tempi, non sapevo veramente nulla di arte moderna, sono un’autentica autodidatta, la passione come guida e maestra di vita, l’arte è la vita! Max Ernst era, ed è tuttora, un uomo affascinante e di una cultura straordinaria. Nel 1954 ha vinto il primo premio alla XXVII Biennale di Venezia grazie anche alla sua invenzione del frottage che lui descriveva come un gioco grafico. Ho fatto di tutto perché mi raggiungesse in America allo scoppio della guerra – io ero riuscita a partire da Parigi con i bambini due giorni prima che arrivassero i tedeschi! – perché è tedesco e, pur avendo vissuto in Francia per venticinque anni, non aveva mai preso la cittadinanza francese, era già stato in diversi campi di concentramento… Ci siamo sposati proprio dopo l’attacco di Pearl Harbor… Ho anche offerto il viaggio in America per André Breton e la sua famiglia perché il suo nome era sulle liste dei comunisti… Poi nel 1948 lo storico d’arte Rodolfo Pallucchini, che stava curando la XXIV Biennale, la prima del dopoguerra, mi ha invitato ad esporre la mia collezione nel padiglione greco. L’architetto Carlo Scarpa curò il sofisticato allestimento ed io esposi opere di Pollock, Still, Rothko, Giacometti, Marini, Ernst, Arp… il mio padiglione era diventato uno dei più famosi della Biennale ed io ero molto emozionata nel veder comparire il nome Guggenheim accanto a quelli della Gran Bretagna, della Francia, dell’Olanda… mi sembrava di essere un nuovo paese europeo! Così inaugurai in Europa la mia collezione che poi ho trasferito definitivamente qui…

Scusi se la interrompo Peggy! Ma siamo entrate in questa sala dedicata alle opere del grande Pollock! Soprannominato “Jack the Dripper” per il suo modo di dipingere, espressionismo astratto o action painting che dir si voglia, ha rivoluzionato la pittura. Lei l’ha incontrato che era un giovane sconosciuto, vero?
Pollock lavorava come carpentiere al Guggenheim Museum di New York ed io non solo l’ho scoperto ma anche aiutato facendogli un contratto per un anno stabilendo che doveva produrre un certo numero di opere. Jackson usava tutto il corpo per dipingere, era affascinante vederlo lavorare imbrattato di quegli smalti industriali molto economici marca “Duco” che grazie a lui sono diventati famosi ed usatissimi. Quando si è sposato con la pittrice Lee Krasner gli ho prestato un po’ di denaro per pagare una casa con annesso fienile che lui ha trasformato in laboratorio. Poi ha esposto, insieme ad altri giovani pittori, nella mia galleria Art of This Century, sulla 57 ͣ strada a New York che gestivo con Howard Putzel, e posso dire che l’espressionismo astratto, che io ho definito quasi un incrocio tra surrealismo e astrattismo, è iniziato proprio nella mia galleria. Ricordo che all’inaugurazione ho indossato un orecchino di Calder e uno di Tanguy per sottolineare il mio interesse sia per i surrealisti che per gli astrattisti. La prima personale di Pollock in Europa l’ho organizzata qui a Venezia nel 1950, 23 quadri esposti nell’Ala Napoleonica del Museo Correr ed è stato un grande successo! Grazie anche a James Johnson Sweeney, che tra l’altro dal 1952 al 1960 ha diretto il Guggenheim Museum di New York, e in quell’occasione ha scritto una bellissima prefazione che ha avvicinato il pubblico all’arte esplosiva di Pollock. Sweeney è un amico prezioso e mi ha sempre consigliato nelle mie scelte artistiche!

Stiamo entrando nella sala da pranzo, dove penso ci raggiungerà Emilio Vedova tra poco! Mi parli di questi quadri, forse i suoi preferiti. Rappresentano l’inizio della sua avventura artistica come mecenate di tanti artisti?
Mi crede se le dico che ogni volta rimango affascinata da questi dipinti? E dire che è trascorso tanto tempo da quando li ho acquistati. Hanno viaggiato con me, sempre. Il legame che ci unisce è profondo, artistico, romantico e vitale. Ricordi indelebili di incontri che mi hanno aperto un mondo per me sconosciuto ma dal quale non mi sarei mai più allontanata. Una frattura, un cambiamento radicale tra la Peggy americana, che frequentava le grandi famiglie ebree di NewYork, e la Peggy europea! La Peggy parigina, che nel 1922 sposa Laurence Vail, pittore e scrittore protagonista indiscusso nei caffè di Montparnasse che mi vedeva come una giovane donna a cui insegnare l’arte e, in ultimo ma in primis nella vita, la Peggy veneziana. Venezia rappresenta la rinascita, io appartengo a lei e lei è la mia immensa passione. Nella mia sala da pranzo ho raccolto la mia collezione storica, ho riunito tutto quello che mi sta più a cuore, sono i miei quadri preferiti e penso i più importanti del secolo. Questo è Il giovane triste in un treno di Marcel Duchamp, poi Walse dipinto da Braque nel 1914 e una delle più belle tele cubiste della collezione; poi un Picasso, dipinto tra il 1910 e il 1911, che rappresenta un poeta e si suppone sia Apollinaire… Ho solo tre opere futuriste: una scultura di Boccioni, una tela di Severini e una di Balla, sfortunatamente era già tardi per acquistare altre opere importanti della scuola futurista quando sono arrivata in Italia. Ricordo il giorno che Hitler è entrato in Normandia… sono andata nello studio di Léger dicendogli che volevo comprare un suo quadro e lui rimase molto stupefatto per la mia richiesta… dati gli avvenimenti di quei mesi… questa è la sua tela che lui aveva dipinto nel 1919 ma aveva ricomprato per non disperderla e fu felice di sapere che sarebbe stata esposta qui…
Peggy mi ha parlato del suo passato. Ora cosa pensa che riservi il futuro alla più grande collezionista di arte moderna, alla donna che ha dato tanto a Venezia e a tutto il mondo dell’arte?
Ho ancora molto da fare e da vedere… Mi piacerebbe tra un anno e mezzo accompagnare Emilio Vedova all’Expo ‘67 di Montreal e realizzare tanti altri sogni… ma ecco, è arrivato Vedova con la sua lunga barba, che cerco sempre di convincere a tagliare… Buongiorno, caro Emilio, accomodati e ascolta anche tu i miei sogni…