Le interviste immaginarie sono un viaggio intrigante che ci porta ad incontrare, ogni volta, un grande del passato. Cinque domande rivolte con leggerezza per scoprire vita, passioni, progetti, segreti e umanità di questi personaggi, ricostruiti sulle basi del nostro sogno e sulla realtà della storia. Personaggi che si presentano vivi e attuali, ma in tutto rispondenti al loro tempo e alla loro personalità. Per capire veramente come e perché siano così importanti per la nostra cultura.

Il Bauhaus deve molto alla fotografa Lucia Moholy che ha saputo descrivere con le sue immagini purezza di linee e innovazione. Sono molto felice di poterla intervistare, una donna interessante, laureata in filosofia e storia dell’arte, studiosa di filologia e fotografia. Una raffinata intellettuale, fotografa appassionata, scrittrice, insegnante e storica.
Lucia Moholy, lei è stata definita “La fotografa del Bauhaus” perché le sue immagini hanno documentato, e continuano a documentare, le architetture e i prodotti di design del Bauhaus. È diventata la fotografa ufficiale della scuola diretta da Walter Gropius sin dal 1923, dove è approdata con suo marito László Moholy-Nagy che iniziò ad insegnare nello stesso anno. Da allora, quando iniziò a costruire e definire l’identità della scuola, non ha mai abbandonato questo suo coinvolgimento nella tutela dell’immagine del movimento. Ma io desidero che mi parli dei suoi inizi, quando si appassionò alla fotografia senza tralasciare i suoi interessi per la scrittura, l’editoria, la storia dell’arte e poi la filosofia…
Ho studiato filosofia, filologia e storia dell’arte all’Università di Praga, dove sono nata e dove ho vissuto nella mia giovinezza, e poi mi sono interessata all’editoria e così ho iniziato a lavorare come redattrice in diverse case editrici in Germania, un lavoro che mi ha sempre appassionata. Nel 1919 ho pubblicato una ricerca sulla letteratura radicale espressionista con lo pseudonimo di “Ulrich Steffen” e poi mi sono avvicinata alla fotografia. Ho iniziato come apprendista nello studio fotografico di Otto Eckner, e da quella esperienza posso dire che è iniziata la mia passione per la fotografia, in particolare di architettura e design. Ho sempre cercato di costruire una specie di “storia della fotografia” all’interno del Bauhaus, catturando immagini di edifici, di oggetti di design ma anche degli spazi dove inventano e “producono invenzioni” gli artisti. Sono sempre stata affascinata dai loro studi, dalle loro metodologie, dai loro tempi dedicati alla creatività. Abitudini, consuetudini, modalità e tempi tanto diversi gli uni dagli altri…
Ma la creatività deve essere sempre creativamente unica!

Mi vengono in mente, a proposito di creatività, due sue foto, la brocca e il posacenere di Marianne Brandt e la lampada da tavolo progettata da K. J. Jucker e W. Wagenfeld, pezzi pregevoli di design prodotti nel 1924 dal laboratorio del Bauhaus. Foto essenziali come richiedono gli oggetti, ma la luce radente illumina le superfici e descrive magnificamente le forme e il design essenziale meglio di tante parole e descrizioni. Ha fotografato con la stessa passione gli oggetti di design e le architetture del Bauhaus?
Ho sempre cercato di attenermi all’essenzialità e al rigore del Bauhaus che come movimento ha ridefinito i canoni della bellezza coniugandola con una sintetica, raffinata linearità compositiva. Nelle mie foto sono sempre stata fedele a queste regole, definiamole così… semplicemente, evidenziando le linee pure, ponendo sempre molta attenzione alla luce che evidenzia i dettagli, calibrando luci e ombre che intensificano la texture delle superfici. Certamente per un fotografo la luce è fondamentale, come le note per un musicista! Il mio lavoro era rivolto prioritariamente alla documentazione per una “registrazione storica” del Bauhaus. Nel 1923 sono stata incaricata ufficialmente dallo stesso Gropius di svolgere questa attività come responsabile per la documentazione e devo dire che mi sono sentita molto gratificata per questo incarico, durato sino al 1928. Ho fotografato gli ambienti interni ed esterni della scuola, prima con sede a Weimar poi a Dessau, e gli oggetti progettati che prendevano forma nei laboratori. Architetture e oggetti di uso quotidiano… credo di porre la stessa attenzione perché… penso che in un piccolo oggetto si possa trovare la stessa poetica, la stessa ricerca e perfezione delle forme che illuminano e rendono unica una grande opera architettonica. Mi tornano in mente le parole di Gropius: “La creazione di tipi per gli oggetti di uso quotidiano è una necessità sociale”
Lei ha sperimentato molto in ambito fotografico, spesso in collaborazione con suo marito a cui forse sono stati attribuiti più meriti che a lei che lo ha guidato all’inizio con la sua esperienza tecnica… Avete analizzato diversi processi in camera oscura, come la realizzazione di fotogrammi senza macchina fotografica stampando tracce di oggetti su carta sensibile direttamente con la luce, tecnica che ha reso famoso Man Ray che l’ha denominata rayographs in riferimento al suo nome. Questi studi sono stati resi noti in numerose pubblicazioni, cito Malerei, Photografie, Film pubblicato nel 1925 dedicato in massima parte alla fotografia e pubblicato solo con il nome di suo marito… La sua estetica ha fatto parte del movimento Neue Sachlichkeit che possiamo tradurre in una “nuova oggettività” in tutte le arti, come reazione agli eccessi stilistici che hanno condizionato l’espressionismo. Con l’ascesa al potere dei nazisti, il movimento è finito e dal 1933 lei è emigrata a Londra. Ci parli di questi anni prima della pubblicazione, quest’anno in occasione dei 100 anni della nascita della fotografia, del suo fondamentale libro A Hundred Years of Photography, 1839-1939, storia culturale della fotografia che sono sicura rimarrà un testo fondamentale e la colloca come antesignana dell’argomento.
Ho esposto le mie fotografie alla Neue Wege der Photographie a Jena nel 1928 e nel ’29 ho partecipato alla prestigiosa Werkbund exhibition Film und Foto presentata a Stoccarda, Berlino, Zurigo e in altre città europee. La mostra ha contribuito ad aumentare e focalizzare l’interesse verso le potenzialità della fotografia sperimentale e d’avanguardia presso un pubblico più ampio e non solamente a noi “addetti ai lavori”. Hanno esposto i principali artisti che hanno contribuito a sviluppare linguaggi fotografici innovativi tra i quali mio marito László da cui mi sono separata proprio in quell’anno. Di lui ho unicamente mantenuto parte del cognome lasciando il mio originario Schulz… Prima di venire a Londra ho insegnato fotografia in una scuola privata a Berlino diretta da Johannes Itten che nel 1919 era stato chiamato da Gropius ad insegnare al Bauhaus, poi sono emigrata a Praga, Vienna… Sono stata in Jugoslavia come fotoreporter, poi a Parigi e infine a Londra dove ho aperto uno studio di estetica e di posa, alternando ritratti ad articoli sulla fotografia. La fuga precipitosa dalla Germania mi ha costretto, purtroppo, a lasciare tutti i negativi delle migliaia di fotografie scattate durante i cinque anni trascorsi al Bauhaus. Alcune mie foto le ho viste pubblicate su numerosi cataloghi ma senza il mio nome… inizierò a cercare di recuperare il mio materiale, sarà una lunga lotta…
Le auguro di uscirne vittoriosa, Lucia… Quello sulla Yugoslavia è considerato uno straordinario reportage su varie comunità zigane e anche i suoi ritratti di intellettuali conosciuti nei suoi numerosi spostamenti colpiscono perché esprimono il carattere, il temperamento di chi ha posato per lei. Un elenco lunghissimo di personalità che dimostrano la sua vita culturale appassionata e sempre alla ricerca di nuovi stimoli, da Walter Gropius a Franz Roth, Georg Muche, Johannes Itten, Nelly e Theo van Doesburg, Florence Henri, Anni Albers, Paul Klee nel suo atelier, Nina e Vassily Kandinsky seduti nella loro camera da pranzo e molti altri… Cito una sua frase che dice molto di lei:
“Le fotografie sono dentro le nostre vite come le nostre vite sono nelle fotografie”.
Il lato affascinante della fotografia è potersi esprimere fotografando architetture e oggetti, design e still life, ritratti e fotografie di viaggio. Ho amato fare la reporter e sviluppare immagini nell’oscurità del mio laboratorio, amo gli artisti e amo fotografarli ma amo l’umanità in generale che desidero sempre fotografare; ho fotografato la borghesia londinese e gli zingari, ho studiato tecniche fotografiche e ora tengo conferenze sul Bauhaus ma anche su altri argomenti a me cari come la tecnica fotografica e le sue mille possibilità che aprono mondi creativi per chi si accosta con la curiosità del neofita. Mi affascina fare ritratti perché mi pare di scorgere nei modi, nelle maniere del fare e di porsi davanti all’obiettivo, nelle posture del corpo, nelle domande curiose, nelle timidezze o nelle aggressività di parole e discorsi, nelle titubanze e nelle ritrosie di chi si pone davanti a me indifeso, la vitalità delle donne e degli uomini che ritraggo, la loro vita a volte mi pare dipinta sui loro volti. Ho dedicato tempo, entusiasmo e fatica a questa storia della fotografia, volendo celebrare i 100 anni dalla sua nascita, desiderando donare alla fotografia quello che in tanti anni la fotografia mi ha regalato: la spensieratezza del vivere quando colgo attimi che desidero – posso dirlo senza apparire superba? – immortalare! Non c’è nulla di più emozionante che sviluppare una fotografia che prende vita sotto i miei occhi curiosi che iniziano a scoprire dettagli che avevano perduto, luci che tornano a illuminare, ombre che riprendono ad oscurare quello che volevano celare, l buio del laboratorio che tutela i sentimenti…

Le sue parole mi hanno coinvolto talmente tanto che ho dimenticato l’ultima domanda che volevo rivolgerle. Ah si, è una domanda un po’ retorica, mi perdoni, ma la consideri come una domanda che si deve quasi obbligatoriamente rivolgere all’intervistata: progetti per il futuro?
Ora le risponderò mentre lei si metterà in posa per me! Desidero fotografarla perché dovrà essere lei a mettersi un po’ a nudo, in senso metaforico, s’intende, ed io le svelerò i miei progetti futuri. Fotografici, s’intende!
