Le interviste immaginarie sono un viaggio intrigante che ci porta ad incontrare, ogni volta, un grande del passato. Cinque domande rivolte con leggerezza per scoprire vita, passioni, progetti, segreti e umanità di questi personaggi, ricostruiti sulle basi del nostro sogno e sulla realtà della storia. Personaggi che si presentano vivi e attuali, ma in tutto rispondenti al loro tempo e alla loro personalità. Per capire veramente come e perché siano così importanti per la nostra cultura.
Oggi incontro la grande Bettye Lane considerata da tutti la fotografa ufficiale del movimento delle donne ma anche dei movimenti per i diritti civili e per la liberazione omosessuale. Ci vediamo qui a Manhattan, poco lontano dal Greenwich Village dove nel 1969 ci fu la famosa rivolta di Stonewall documentata magistralmente dalle immagini di Bettye. Una data storica perché è considerata l’inizio del movimento per i diritti dei gay negli Stati Uniti e lei, come tutti i grandi fotoreporter, era al posto giusto nel momento giusto
Bettye lei ha terminato la Boston University School of Public Relations and Communications nel 1962 ma già dal 1959 lavorava all’ufficio stampa dell’università di Harvard e poi nel ’60 fu assunta alla CBS. Anni di fondamentali esperienze in continuo contatto con i cambiamenti, le trasformazioni della società che ha visto il nascere di importanti movimenti. Ci racconti quegli anni basilari per la sua formazione di fotoreporter.
È stato un periodo essenziale per la mia esperienza professionale ma soprattutto per la mia crescita umana, di consapevolezza politica e di grandi passioni, includendo naturalmente l’amore per la fotografia. Ad Harward avevo a mia disposizione un laboratorio fotografico e sviluppavo immediatamente tutte le fotografie che facevo, mi piaceva stare a contatto con la gente, seguire gli avvenimenti grandi e piccoli della quotidianità. Poi sono venute le manifestazioni, le marce, i sit-in… ma per strada, oltre ai vari leader politici, ho sempre continuato a fotografare anche la gente comune. Perché osservare le persone, decifrare gesti e comportamenti, ascoltare i discorsi, le frasi di protesta, fotografare gli entusiasmi per le vittorie e le disperazioni per le sconfitte, vivere gli eventi a fianco della gente che lotta e soffre, ha reso il mio lavoro interessantissimo ed emotivamente sempre molto coinvolgente. Diciamo che è stata la mia filosofia di vita e di fotoreporter, come una linea guida che ho seguito da sempre.
Lei è una degli otto figli di Luigi e Antonietta Foti, immigrati italiani, ma suo padre tornò in Italia quando era ancora piccola lasciando sua madre a lottare per la sopravvivenza della numerosa famiglia. Così fu costretta ad abbandonare le scuole elementari per lavorare in una fabbrica di scarpe. Penso che quegli anni l’abbiano segnata, ma siano stati anche importanti per la sua formazione di attivista accanto a chi lotta per delle giuste cause. Poi nel 1962 è stata assunta dal Saturday Evening Post, il suo primo lavoro come fotoreporter.
Ero emozionata. Ho lavorato al Saturday Evening Post per circa due anni e mi sono avvicinata alla causa femminista. Nel 1963 è uscito “La mistica della femminilità” di Betty Friedan – l’ho letto avidamente in pochi giorni – che è diventato subito un bestseller perché le donne si sono immediatamente riconosciute in quelle parole. Betty era stata molto colpita dal saggio “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, femminista antesignana, che viene ancora citato come pietra miliare per il movimento femminista. Nel ‘66 ho iniziato a lavorare per il National Observer e diciamo che sono diventata, mio malgrado, la fotografa ufficiale del movimento femminile. Iniziavo ad essere conosciuta, si iniziava a dire “Le foto della Lane…” perché ho mantenuto il cognome di mio marito, anche se il matrimonio non è durato molto… Ho fotografato i trionfi e le sconfitte delle donne in tutti questi anni, mi sono appassionata alle loro lotte, ho seguito ogni protesta, ogni manifestazione combattendo anche io per l’eguaglianza delle donne sul posto di lavoro. Io dimentico sempre che sto lavorando, perché quando la passione illumina quello che fai non ti pare proprio di svolgere un lavoro! Così io e la mia macchina fotografica siamo diventate un tutt’uno nel condividere la vita con le sue lotte. Ho conosciuto tante donne: Gloria Steinem, considerata portavoce e leader del femminismo, Florynce Kennedy avvocato, femminista e sostenitrice dei diritti civili come Dolores Huerta, leader sindacale e fondatrice, insieme a Cesar Chavez, della United Farmworkers Union il movimento per la difesa dei diritti dei lavoratori, donne e uomini!
Ha fotografato donne famose e sconosciute, ha documentato il primo sciopero delle donne per l’uguaglianza sul posto di lavoro organizzato dalla National Organization for Women, migliaia di donne che stringevano pugni e sventolavano striscioni marciando nella Fifth Avenue. Ma ora ci racconti dei moti di Stonewall quando la polizia irruppe nel bar Stonewall Inn, frequentato in massima parte da gay, in Christopher Street nel Greenwich Village.
Non dimenticherò mai quella notte. Era il 27 giugno 1969. Quel moto di ribellione scoppiò dopo anni di soprusi e tensioni perché nella democratica America, sino quasi alla fine degli anni ’60, il clima contro gli omosessuali era molto duro e le retate della polizia in certi locali erano frequenti. Il personale e i frequentatori dello Stonewall si erano addirittura quasi abituati a quelle incursioni. Ma ormai i tempi erano maturi, il Sessantotto, la guerra del Vietnam, i Black Power… Fotografai con il cuore in tumulto in mezzo alla ressa, gli spintoni, le urla coperte dal suono delle volanti. Fotografai all’impazzata con l’incubo di non avere abbastanza rullini. Tornai a casa alle prime luci dell’alba sfinita ma felice, persuasa che avevo fotografato un momento importante della storia dell’America! Il 28 giugno è diventata la “giornata mondiale dell’orgoglio LGBT”, il Gay Pride. Poi ci sono stati tanti cortei, manifestazioni… e ora siamo ancora qui a combattere!
Il suo lavoro al National Observer si è concluso nel 1977 e da tre anni è diventata una fotoreporter indipendente collaborando con prestigiose testate quali Time Magazine, The Associated Press e Life Magazine. Da quest’anno ha iniziato a donare una selezione delle sue fotografie alla The Arthur and Elizabeth Schlesinger Library on the History of Women, Harvard University che documenta la vita delle donne. Complimenti per questa sua scelta! Una bella iniziativa perché il poter accedere a documenti e immagini sulle donne preserva noi e le future generazione dall’oblio di un passato che ha tanto da insegnarci.
È importante non dimenticare perché le conquiste sono avvenute grazie a tante lotte, non è stato regalato nulla alle donne e ancora tante battaglie si dovranno fare. Dono le mie fotografie alla Schlesinger Library come tracce di un percorso che ha seguito gli avvenimenti di questi anni, fondamentali per difendere i diritti e la libertà di tutti. Mi viene in mente la fotografia alla deputata Shirley Chisholm mentre stava annunciando che stava per candidarsi nelle presidenziali democratiche statunitensi. Era il 26 settembre del 1971 e lei era la prima afroamericana a candidarsi per una nomina presidenziale! Un evento storico e non so se era più emozionata Shirley o io. Il suo sorriso racconta molto più di tante parole e ricordo che ho pensato di calmarmi per evitare di fare una fotografia mossa…
Collaborare con diverse testate mi fa sentire più libera e anche questa libertà è stata, nel mio piccolo, una grande conquista. La piacevole sensazione che invecchiare porta con sé anche tanti vantaggi, come la sicurezza di azzeccare i tempi e i diaframmi di esposizione, ad esempio, e poi la certezza che il lavoro non mi mancherà mai perché vorrò sempre documentare i momenti di cambiamento, le battaglie, le conquiste, le sconfitte e poi la gioia e i dolori dell’umanità che vive.
Cara Bettye la vedo così infervorata che mi chiedo se non si stia preparando a immortalare con le sue foto un altro evento significativo. Ci sono manifestazioni in programma?
Prima della sua intervista mi hanno telefonato dal Time e domani mattina sarò nuovamente sul piede di guerra ma, come può immaginare, da brava fotoreporter che adora gli scoop non posso anticiparle nulla, ma le assicuro: sarà una notizia sensazionale…