Il 10 settembre 2015 John Baldessari aveva ricevuto dalle mani del Presidente Obama la National Medal of Arts, il premio più importante degli Stati Uniti, per il suo “… lavoro ambizioso che combina fotografia, pittura e testo per allargare i confini dell’immagine, facendo di lui uno dei più influenti artisti concettuali del nostro tempo”, come aveva scritto il National Endowment of the Arts.

Artista poliedrico, conosciuto soprattutto per le sue opere concettuali realizzate con ogni tipo di tecnica, vincitore del Leone d’oro alla Carriera alla Biennale di Venezia nel 2009 – dove ricoprì la facciata del Padiglione centrale con la sua opera Ocean and Sky (with Two Palm Trees) trasformandola in un fondale paradisiaco con oceano e cieli azzurri – John Baldessari fu insignito di altri innumerevoli e prestigiosi premi che lo hanno consacrato uno dei più famosi artisti americani contemporanei, anche se il suo DNA non possedeva quella molecola depositaria di velleità artistiche famigliari, ma tutto può essere considerato frutto del suo ingegno creativo che sperimentava continuamente.
Nato il 17 giugno 1931 in California, a National City nella Contea di San Diego, dall’infermiera danese Hedvig Jensen e da Antonio Baldessari, un commerciante italiano, nel 1959 iniziò a insegnare arte a San Diego, dopo aver frequentato la Sweetwater High School e il San Diego State College. L’arte era la sua grande passione e l’insegnamento dell’educazione artistica la professione a cui voleva esclusivamente dedicarsi, non immaginando il suo futuro ricco di successi e di oltre 200 mostre presentate in tutto il mondo. Insegnò per decenni, alla CalArts di Los Angeles dal 1970 al 1988 e alla UCLA dal 1996 al 2005, formando generazioni di artisti e divenendo fulcro per la scena artistica californiana.
Tra i suoi ex allievi, un who’s who di artisti contemporanei, David Salle – che lo definì “un gigante” in senso sia metaforico che letterale dato che era alto quasi 2 metri – e poi Meg Cranston, Jack Goldstein, Elliot Hundley, Liz Larner, Matt Mullican, Tony Oursler, Mike Kelley, Analia Saban, Jim Shaw, Mungo Thomson, Kerry Tribe, James Welling…
Il segno di John Baldessari nella storia dell’arte è suggellato dal suo atteggiamento divertito, spiritoso, innovatore, ironico e irriverente nelle sue opere più satiriche come Tips for Artists Who Want to Sell del 1966 dove i suggerimenti per gli artisti per vendere le proprie opere sono una sfida, un modo di smontare l’idea di “arte”. Un’opera paradossale dove i consigli, tratti da una rivista dell’epoca, divengono “consigli sconsigliati”, un ossimoro d’arte.
“There is a certain kind of work one could do that didn’t require a studio. It’s work that is done in one’s head. The artist could be the facilitator of the work; executing it was another matter.”
Nel 1970 The Cremation Project fu il preludio, iniziato con una cremazione, di una sua rinascita artistica sorta da una drastica decisione e dalle fiamme di un rogo. Bruciando gran parte delle sue opere realizzate tra il 1953 e il 1966 – dove già campeggiava un’ironia Dada, la Pop Art in colorati schizzi, dipinti basati su testo o combinando testo e immagine e la preferenza per il colore blu… – usò una parte delle ceneri come speciale ingrediente per cucinare dei biscotti che furono poi esposti nell’importante mostra collettiva sull’arte concettuale Information al MoMa di New York.
Un gesto che ci riporta a Duchamp – con la sua “pittura-idea” e “un’opera senza opere” – che Baldessari in seguito ha così commentato:
“It was a very public and symbolic act, like announcing you’re going on a diet in order to stick to it.”
Nascono poi le sue tele dove dipingeva quesiti e diciture di una semplicità disarmante ma nel contempo inquietanti come What is a painting? Examining Pictures ed è del 1971 il famoso video I Will Not Make Any More Boring Art dove suggerisce agli studenti di scrivere ossessivamente sui muri quella fatidica frase.
Sono gli anni in cui rivolge la sua attenzione particolarmente alla fotografia, usa materiali di scarto e fermi immagine di pellicole cinematografiche, si avvicina ai linguaggi sublimali proposti dalla pubblicità, realizza filmati sperimentali giocando sempre sul filo dell’ironia e dell’assurdo. Il suo archivio di immagini cinematografiche si amplia continuamente e nel 1976 realizza Violent Space Series dopo aver notato una ricorrenza frequente di immagini violente e la presenza ossessiva di armi da fuoco.

La sua è un’arte che fa pensare sorridendo ma si ride meditando, una giocosa e smaliziata rappresentazione di una realtà tutta da reinterpretare come quell’America analizzata dal suo sguardo ironico, posta sotto la lente di ingrandimento di un artista che ha voluto sottolineare, nella serie di fotomontaggi Frames & Ribbons, vizi e virtù psicanalizzati con l’umorismo di un maestro.

Nella mostra The artist’s Choice da lui curata al Moma di New York nel 1994 aveva presentato un’opera originale utilizzando riproduzioni fotografiche ingrandite di opere famose presenti nel museo. Così le banane da “L’incertezza del poeta” del 1913 di De Chirico dialogano con la bocca della donna di “Woman 1” di De Kooning e l’erba di Andrew Wyeth dipinta in “Christina’s World” nel 1948, insieme ad altri dettagli-citazioni delle sue opere preferite, vengono a creare un collage che ricombina imprevedibilmente ritagli di opere in una “opera nuova”.

La vita ispirava John Baldessari che, curioso di tutte le novità come pulsioni per nuove idee, riusciva ad amalgamare il presente con il passato creando per il futuro, sempre fedele a I Will Not Make Any More Boring Art.
Nel 2009 la Tate Modern di Londra gli dedica la grande retrospettiva Pure Beauty e nell’ultima sala appare Brain/Cloud (Two Views): with Palm Tree and Seascapes dove si presenta un tema caro all’artista sin dagli inizi, quello della nuvola, che qui si trasforma in cervello evocativo di pensieri… e gli spettatori contaminano, a loro insaputa, il gioco degli specchi. L’importante retrospettiva è poi approdata al Los Angeles County Museum of Art, il MoMA e nel 2011 al Macba di Barcellona.
Nel 2010 The Giacometti Variations un progetto concepito per la Fondazione Prada, dove arte e moda si integrano in un’immaginaria, ipotetica sfilata di sculture di Giacometti, allungate e assottigliate come surreali presenze aliene – alte oltre quattro metri – abbigliate con vestiti disegnati dall’artista californiano. E il manichino con il trench ci riporta ad Humphrey Bogart e alle atmosfere di “Casablanca”.
Tra i suoi film più amati, che aveva selezionato per la “Soggettiva John Baldessari” presentata al cinema della Fondazione Prada, figurano tra gli altri “Il mostro di Düsseldorf”, 1931 di Fritz Lang, “Dracula”, 1931 di Tod Browning, “La morte dall’occhio di cristallo”, 1965 di Daniel Haller, “La fiamma del peccato”, 1944 di Billy Wilder, “Intrigo Internazionale”, 1959 di Alfred Hitchcock…
John Baldessari ci ha lasciato il 2 gennaio 2020 a Los Angeles.
Vogliamo ricordarlo al Miami Art Basel del 2016 accanto alla sua auto d’autore, una BMW customizzata con i colori dei suoi quadri e la scritta FAST sulla fiancata, capelli bianchi al vento, pronto a guidare quel bolide da corsa e a svignarsela a 300 km/h.
Per bruciare altre idee…