di Ilaria Monti
Oggi che siamo tutti accomunati dall’esperienza del lockdown, possiamo ripensare i numerosi significati che l’ambiente domestico ha assunto nel tempo, alle sue trasformazioni nell’immaginario collettivo. Possiamo ricordare, per esempio, quelle campagne pubblicitarie degli anni ’50 in cui la donna era identificata come la reginetta dei prodotti casalinghi, e non era raro vedere nei poster pubblicitari l’immagine di una moglie servile, o dell’ultimo prodotto lanciato sul mercato e presentato come anche alla portata delle donne. Nel 2018, la visual artist libanese Eli Rezkallah ha rovesciato il significato sessista delle immagini pubblicitarie degli anni ’50 nel suo progetto fotografico In Parallele Universe.
Quelle immagini di donne domestiche (o addomesticate?) sono state messe in discussione nei decenni successivi, e soprattutto nella New York degli anni ’70, uno dei più vivaci centri del pensiero femminista. Qui, l’artista americana Laurie Simmons (1948) ripensa i luoghi comuni con cui il genere femminile ha dovuto fare i conti tra le mura domestiche e nella vita quotidiana. Visual artist, fotografa e filmmaker attiva a partire dalla seconda metà degli anni ‘70, Simmons si dedica sin dagli inizi della sua carriera all’osservazione degli ambienti domestici, influenzata anche dall’esperienza lavorativa all’interno di un’azienda che fabbricava bambole e case di bambola. I suoi primi lavori sono appunto dei set fotografici all’interno di case di bambola, arredate in modo tale da ricordare l’America della sua infanzia, quella degli anni ‘50. Nella visione idealizzata e a volte nostalgica degli interni domestici c’è però soprattutto la critica femminista agli stereotipi in cui la donna era confinata in quel periodo: la donna-bambola è una casalinga sola che occupa il suo tempo facendo le pulizie, preparando un pasto al marito o guardando la tv sul divano. Piccole scene della banalità del quotidiano diventano drammatiche e grottesche nel rivelare che all’esser donna si accompagna l’imperativo del prendersi cura delle cose. La donna, house-keeper per eccellenza, pilastro della casa, diventa essa stessa la casa che le appartiene.

Fuori dalla doll-house, l’artista mette la sua lente di ingrandimento sugli oggetti di consumo che popolano le nostre abitazioni. La casa, quindi, in qualche modo diventa un piccolo mondo a se stante dove anche gli oggetti vivono e come noi possono parlare e camminare. Così, dal 1987 Laurie Simmons realizza la serie Walking and Lying Objects, fotografie di duchampiana memoria che immortalano oggetti in miniatura dotati di gambe femminili. In questa serie fotografica su cui l’artista si concentra fino al 1991 c’è un’atmosfera ironica e allo stesso tempo sensuale: una clessidra, un orologio da taschino, una boccetta di profumo, una macchina fotografica, un hot dog, pasticcini e torte, un pomodoro e persino un wc e una pistola, cose d’uso comune che sono colte nell’atto di camminare, o atteggiate in una posa graziosamente ammiccante e femminile. Tra le foto più iconiche della serie c’è la Walking-House del 1989, oggi nella collezione fotografica del MoMa di New York. In quest’opera Simmons assembla una casa in miniatura sulle gambe femminili, ma l’inquadratura della fotografia annulla l’effetto di miniaturizzazione, al punto che l’assemblage nel cambio di scala assume dimensioni umane: si compie, in questo modo, la simbiosi totale tra il corpo femminile e lo spazio domestico. Una casa con le gambe è una casa che può scappare, ma un corpo in una casa è un corpo costretto a restare. Insieme, casa e gambe formano l’immagine di una casa-destino, o di una casa-prigione, della simbiosi fatale per cui la donna è il focolare domestico.
Nel 2005, la casa di moda Chanel ha commissionato a Laurie Simmons la Walking Chanel Purse, e anche il modello più classico del brand francese ha ricevuto le sue gambe.

Specie ora che la nostra vita quotidiana si risolve tra le pareti di casa, gli oggetti diventano gli elementi di un nuovo paesaggio domestico. Nell’opera Magnus Opus II (1991), Simmons mette in scena una specie di marcia a cui prendono parte alcuni degli oggetti che abbiamo incontrato prima, tutti in fila: il wc, l’orologio, la clessidra, la casa, ecc., sono disposti gli uni vicini agli altri a formare una piccola schiera di oggetti impegnati nella loro passeggiata, o seduti a terra con le gambe incrociate. I Walking Objects di Simmons con le loro gambe snelle sembrano surreali ballerine di un cabaret. Vengono in mente i versi iniziali di una poesia di Adam Zagajeswki, raccolta in Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (Adelphi):
La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
