Roberto Amoroso basa la sua pratica sulle intrecciatissime relazioni tra il mondo fenomenico e il mondo virtuale. Le sue esperienze professionali, legate al mondo del tessile e del design, hanno contribuito a una reinterpretazione di materiale archivistico e all’uso di modalità visive antiche, le quali a loro modo dimostrano una grande contemporaneità, e rappresentano una metafora della pratica dell’artista.

Grazie all’ipertesto, che sfrutta le risorse della rete e materializza le associazioni della mente trasformandole in collegamenti reali e concreti, il lavoro di Roberto Amoroso si focalizza sul sottile confine tra il narcisismo manifestato dalle persone nelle foto sui social network e l’esigenza che loro hanno di essere rappresentate dalle foto. Queste, provenienti dai social, vengono quindi archiviate ed elaborate insieme ai simboli delle applicazioni di smartphone e di tablet, esaltando l’aspetto ambiguo e teriomorfo delle figure.

“Le ultime mostre, in ambito museale, nelle gallerie private o negli spazi no profit, rappresentano una possibilità per il mondo virtuale di essere reso pubblico e in un certo senso di venire ufficializzato” ci dice a tal proposito. “Nella prima fase di queste mostre vi era un confronto diretto con il pubblico tramite un’interazione con esso. Dopodiché, analizzavo performativamente il tema dei diritti di autore e allo stesso tempo, esteticamente, di fluidità d’identità e di avatar.” Tale schema rientra anche in una delle sue prime esposizioni al Museo Madre, in cui l’artista ha parcellizzato il suo lavoro in file PDF, che ha poi donato a chi aveva con sé una chiavetta USB. L’insieme dei file componeva il disegno del wall paper della project room del museo.
Questa essenziale necessità dell’artista di un confronto con lo spettatore lo ha condotto a diversi interrogativi e a portare la sua pratica in fieri, proprio come l’incessante trasformazione del virtuale. Per esempio, dalla domanda ‘Quanti furti creativi commettiamo salvando immagini o facendo screenshot?’ è scaturita una mostra personale alla galleria Annarumma di Napoli, che si incentrava sul labile confine tra collezione di immagini e furto. Invece, alla domanda ‘Si può definire il web come un ecosistema?’ è seguito un libro d’artista supportato dall’ambasciata italiana a Belgrado e una mostra in quella stessa città.

Altro punto centrale nella pratica di Roberto Amoroso è il confronto con il tema del ritratto, costantemente messo in discussione, tra i molteplici profili web e gli avatar di ogni individuo.
Attraverso un dibattito comune condiviso con alcuni sociologi, l’artista ha sviluppato un test che lo ha aiutato a creare una serie di ritratti (a volte commissionati, a volte proposti a figure appartenenti a diversi ambiti sociali), che non solo sono presenti sui social network insieme alle foto profilo dei soggetti, ma sono diventate anche un’esposizione presso lo spazio nomade The Format e una rubrica durata molti anni su Exibart (Avatart), in cui sono confluiti molti ritratti e interviste a figure dell’ambito artistico.
Sicuramente la nuova apertura alla Cryptoart non sarà sottovalutata dall’artista, parallelamente alla scelta di formati Gif che potrebbero diventare stimoli per le ricerche future.
