Il monumento alla brigata di Negev è un memoriale costruito tra il 1963 e il 1968 in onore dei membri della Brigata di Palmach Negev, caduti per difendere Israele durante la guerra arabo-israeliana del 1948.
Conosciuto localmente come Andarta, l’opera è stata progettata dall’artista Dani Karavan, nato nel 1930 a Tel Aviv. Il memoriale, definito dall’artista come il suo progetto più importante, costituisce il primo intervento di land art in Israele.
Concepito come “un villaggio di sculture di cemento” esteso su un’area di 10 000 metri quadrati, domina l’intera spianata su una piccola collina nel deserto ad est di Be’er Sheva, sesta città più popolosa di Israele e designata da un nome la cui etimologia allude ai sette pozzi scavati da Isacco o al pozzo dei sette legato al giuramento di Abramo e Abimelech.
Il memoriale rappresenta il primo intervento site-specific di Karavan, in un’epoca in cui questo concetto non esisteva ancora. La luce solare, il vento, l’acqua, gli alberi, la storia del luogo fanno parte della matrice che dà vita all’intervento. Per la prima volta, Karavan fa uso di elementi della natura e della memoria, che diventeranno poi chiave di volta della sua poetica e del suo linguaggio.
L’elemento centrale è una torre che si erge sul picco della collina. Allusione alle vedette bombardate di proiettili, lo snello cilindro è puntellato di fori che intaccano la sua superficie altrimenti pura, metafisica. Al centro del cilindro, un condotto verticale percorribile dai visitatori reinterpreta il canale fluviale difeso dai soldati di Negev. Da questo landmark si sviluppa un energia centrifuga che genera una serie di più piccoli ma dinamici elementi che circondano la torre.
Di fianco a quest’ultima, un tubo rettangolare a sezione variabile s’incurva ad esse come un serpente a sonagli che attraversa il deserto, inciso da un taglio a spirale che crea giochi di luce all’interno dell’estremità più stretta del tunnel. Al lato opposto, una massiccia struttura altrettanto sinuosa, è coperta in sommità da un’onda che termina bruscamente in una superficie rettangolare e inclinata, conficcata nel terreno. L’asse centrale dell’opera è ricalcato da una fenditura rettilinea che attraversa due strutture lineari fino ad arrivare ad un’altra forma pura, una struttura a cupola divisa a metà e costellata da fori che danno al visitatore l’impressione di trovarsi dentro una volta stellata spaccata in due. Al di là dell’asse centrale, altri elementi curvilinei accompagnano le forme del terreno.
Il luogo, protetto da un’associazione non-profit che ne preserva l’integrità e ne scongiura l’usura causata dal tempo, è considerato oggi come un simbolo identitario. I cittadini di Be’er sheva lo considerano come parte della vita della comunità, un luogo di cui fare vero utilizzo e non solo un oggetto da guardare a distanza. Pochi mesi fa si è festeggiato il cinquantesimo anniversario del memoriale, scandito da installazioni, proiezioni e attività culturali curate in situ da Adi Engelman con l’appoggio della direttrice del Museo d’Arte Negev di Be’er sheva Dalia Manor.
La capacità con cui un luogo, nato per perpetuale un accadimento doloroso nella storia di una comunità, diventa poi pretesto per attività relazionali e quindi vitali per la comunità stessa, esprime quella relazione ambigua che sussiste tra un evento tramatico, la sua memoria ed il presente, descritta da Gilles Deleuze come una cicatrice:
<<Una cicatrice è il segno non di una ferita passata, ma “del fatto presente di essere stato ferito”: possiamo dire che è la contemplazione della ferita, è ciò che contrae ogni istante che separa noi da esso nel momento attuale.>>
(Gilles Deleuze, Differenza e Ripetizione)