Marcio Kogan è un architetto nato a San Paolo che con il suo design minimale reinterpreta i principi modernisti dell’architettura brasiliana. Una visione di un’architettura che dietro la sua semplicità nasconde un lavoro di equipe attento e dedito fino alla più piccola finitura. Lo Studio MK27, fondato da Kogan nei primi anni ’80, è oggi uno dei più innovativi protagonisti dell’architettura brasiliana contemporanea. Situato nella caotica città di San Paolo lo studio ha saputo unire la tradizione costruttiva al design contemporaneo attraverso soluzioni raffinate. Membro onorario dell’AIA (American Institute of Architects), professore alla Escola da Cidade e considerato una delle 100 personalità più influenti del Brasile, Kogan ha dato origine ad uno studio che ha vinto più di 200 premi e oggi si racconta ad Artwort.
La domanda è complessa. Sono figlio del modernismo brasiliano che è stato certamente uno dei movimenti più interessanti del Ventunesimo secolo. L’incontro del modernismo europeo con la sensualità e il “tropicalismo” brasiliano generò un movimento iconico in un paese che fino a quel momento era completamente isolato dalle maggiori correnti architettoniche mondiali e nel 1960, con l’inaugurazione di Brasilia, questo movimento raggiunse brillantemente le sue aspettative. Ovviamente questo movimento ha avuto grande influenza sulle successive generazioni di architetti e si potrebbe dire che tutto ciò è fortemente riproposto nel lavoro dello Studio MK27. Ma buona parte del mio bagaglio culturale deriva anche dal cinema: dalle proporzioni, ispirate dalla visione cinematografica wide screen, dall’illuminazione, fino al tentativo di creare emozioni, il tutto senza trascurare l’attenzione per il lavoro di gruppo, che alle volte viene dimenticato in architettura.
Marcio Kogan è architetto quanto uno stimolante regista, quali sono le sue riflessioni a proposito delle similarità tra la pratica dell’architettura e il ruolo di direttore cinematografico: soprattutto nella capacità di sviluppare una storia fino a darle vita. Quali ritiene siano gli aspetti della progettazione più legati alla sua esperienza di regista cinematografico?
Mi ritengo cinematografico fin dai primi passi della progettazione: cerco sempre di ricreare scenari di chi vivrà nello spazio in questione. Ognuno di loro ha una propria storia, alle volte è un uomo altre una donna o altre ancora è una coppia. È uno di loro che costantemente vive nel progetto, percepisce le proporzioni, riduce le altezze dei soffitti, muove le pareti, guarda al di fuori di una finestra o semplicemente la rimuove da quel determinato posto. Lui non ama le porte. Sale e scende dalle scale per sperimentare alternative diverse. Non ha ancora deciso se le scale scorreranno lungo una sola direttrice o se lo avvolgeranno con una spirale. Esce nel giardino, che ancora non esiste, e guardando la facciata decide di modificare tutto un’altra volta e lì fuori pianta un bellissimo albero. Cala la notte, due lune e alcune stelle cadenti possono essere ammirate mentre attraversano un bellissimo cielo di un colore Royal blue. Quattro piccoli violinisti suonano una triste canzone rumena, seduti sulle pietre perimetrali di un giardino ancora inesistente. Una giovane ragazza bellissima ed elegante si ferma, guarda verso un punto non ancora definito e prosegue a camminare, dove non lo so. Solo alla fine, quando il protagonista si ritiene soddisfatto dello spazio che si è modellato attorno, si addormenta su un enorme letto che posiziona delicatamente alla sua destra.
Casa Redux_studiomk27_english version from studio mk27 on Vimeo.
Simile a come un film richiede una narrazione, anche l’architettura instaura un importante dialogo con ciò che la circonda. È forse questo uno dei motivi per cui lo studio MK27, invece di interpretare le finestre come piccole aperture nel muro, propone porte in legno scorrevoli che si aprono totalmente per creare una permeabilità spaziale che permetta una delicata transizione tra l’esterno e il suo interno?
L’obiettivo dello Studio è cercare sempre di dare massima importanza al sito. Come catturare le percezioni date da un determinato luogo? Come integrare al massimo il paesaggio ? Come dialogare delicatamente con ciò che circonda? Queste sono domande che costantemente si pongono gli architetti. Ma ad un certo punto cominciammo a disegnare gli interni dei nostri progetti per fare sì che non ci fosse più distinzione tra lo spazio architettonico esterno ed interno. C’è una costante ricerca per un ampliamento spaziale e, certamente, il caldo clima tropicale presente in quasi tutto il Brasile collabora efficacemente con queste soluzioni. Pertanto nei nostri progetti è fondamentale che l’architettura esterna si fonda con quella interna. Questa separazione non deve esistere.
Lo studio ha costruito molte ville, diventando esperti nella progettazione di spazi privati e intimi. Si può pensare che questa esperienza nella creazione di atmosfere private vi abbia dato importanti spunti nel disegnare sia spazi aziendali sia spazi pubblici?
Proviamo sempre a progettare spazi che le persone amino usare senza fare differenza se sia un progetto pubblico o privato. Proponiamo sempre materiali naturali, che possano animare gli spazi, e proponiamo molti giardini e spazi verdi.
Nei suoi progetti c’è una ricerca per una combinazione di pace, riposo e natura, e il tutto viene pensato e progettato mentre vive a San Paulo, considerata tra le più grandi e cotiche città del mondo. Che cosa di San Paulo influenza il modo in cui lei reinterpreta un approccio di richiamo modernista?
Vivere a San Paolo vuol dire vivere in una città di 20 milioni di abitanti, violenta e caotica, ma assolutamente affascinante. C’è ancora così tanto, qui, che può essere fatto sia nel campo della progettazione urbana che architettonica. Tra gli anni ’50 e ’60 gli architetti del Brasile ebbero l’opportunità di eseguire molti progetti pubblici di grande qualità architettonica. Nel 1964 con l’insediamento del potere militare, questa architettura si arrestò perchè estremamente legata alla politica di sinistra. Ancora oggi soffriamo le conseguenze di questi fatti storici ma nonostante ciò non siamo ancora in grado di riproporre una valida risposta per i progetti pubblici, o per lo meno i progetti efficaci sono costruiti in piccole dosi. La dimensione e la disfunzione di San Paolo mi portano a riflettere sul genere umano, sulle nostre imperfezioni, sul caos e le ingiustizie del nostro lato più oscuro. Noi amiamo il lato più umano di questa grande città.
In conclusione, potrebbe descrivere il progetto che considera abbia influenzato maggiormente il suo lavoro?
I Film sono sempre stati una grande fonte di ispirazione fin dai primi giorni dell’Università. Ma per rispondere più sinteticamente alla tua domanda, non posso che menzionare il Padiglione Barcellona. Mies Van der Rohe ci ha lasciato con questo progetto una lezione di come la semplicità possa essre incredibilmente complessa. Il Padiglione Barcellona è una tra le più compiute opere di architettura. In questo progetto vi è la piena dominanza nella sintassi del disegno.