Se durante la prima metà del 1900 l’Europa era stata il fulcro delle avanguardie artistiche a livello mondiale, dal dopoguerra in poi l’attenzione si spostò sugli Stati Uniti, dove molti artisti trovarono rifugio in seguito alle persecuzioni naziste – parliamo quindi del periodo compreso tra gli anni ’40 e ’60 – e in particolare a New York, dove qualcosa di grandioso stava per accadere alla storia dell’arte.
La New York School non va intesa come una “scuola” d’arte nel suo significato tradizionale, ma fu un movimento interdisciplinare di cui poeti, scrittori, ballerini, musicisti, compositori e artisti condivisero la scena.
La città di New York, in particolare il Greenwich Village, nella Lower Manhattan che all’epoca era una zona economicamente molto conveniente, diventò scenario di questo nuovo movimento in cui le pregresse influenze europee vennero stravolte, talvolta rinnegate, in favore di un nuovo modo di concepire l’arte. Non ci fu una vero programma o manifesto del movimento, ma questi artisti condividevano, oltre alla vicinanza geografica, la volontà di superare il provincialismo dell’arte realista americana, mossi da nuovi stimoli culturali provenienti dal fermento delle avanguardie europee.
Gli artisti vivevano a pochi passi gli uni dagli altri, frequentando gli stessi posti. I due luoghi cardine del movimento furono la Cedar Tavern, una taverna in cui molti artisti si radunavano la sera per bere, un posto alquanto vivace e rivoltoso se paragonato al the Club, il secondo fulcro, più serio e accademico, utilizzato per meeting di lavoro, dove l’argomento all’ordine del giorno era quello che accomunava tutti i protagonisti della New York School ovvero come gli artisti americani avrebbero potuto farsi prendere sul serio dal resto del mondo.
Tra i maggiori esponenti del movimento vanno segnalati gli espressionisti astratti come Willem de Kooning, uno dei fondatori del movimento, Barnett Newman, Jackson Pollock e Mark Rothko.

Le maggiori influenze per i pittori della New York School possono essere ricondotte al Cubismo di Picasso e Braque, preso come importante riferimento sia da Willem de Kooning che da Pollock. Ma anche le tematiche del Surrealismo furono un’ottima ispirazione, strettamente collegate al pensiero di Freud e Jung. In particolare da questo veniva l’idea che l’arte dovesse partire da un’azione inconscia della mente. Le filosofie, soprattutto quelle orientali, furono approfondite tra le tematiche, mentre per la scelta di tecniche e materiali furono presi come modello i pittori murali messicani come David Alfaro Siqueiros che prediligevano materiali industriali, grassi, spray, smalti, stencil che spazzavano intenzionalmente via le tecniche delicate della scuola europea.

È innegabile che l’astrattismo fosse precedentemente nato in Europa da esponenti quali Kandinskij e Mondrian che iniziarono ad allontanarsi dall’arte figurativa per provare a smuovere le emozioni dello spettatore con forme astratte e colori. Quello che gli artisti di New York fecero, fu appropriarsi di questo tentativo e svilupparlo basandosi sui principi della psicanalisi e delle teorie del colore. A differenza dell’astrattismo europeo, l’obiettivo finale dell’espressionismo astratto non erano le emozioni dello spettatore ma il suo subconscio.
Due figure centrali nella teoria del movimento furono Harold Rosenberg, che ha coniato il termine Action Painting intendendo l’insieme di gesti e movimenti fisici del corpo nello spazio nell’atto di creare. Secondo questa visione, il dipinto non era altro che un residuo del lavoro effettivo che era l’atto del realizzarlo, la manifestazione fisica dell’atto della creazione. Quindi l’arte figurativa aveva al contempo anche una valenza performativa. L’altra figura chiave è Clement Greenberg, per il quale il ruolo del pittore era quello di purificare la pittura da tutto ciò che le era esterno, quindi rigettare i soggetti, l’aspetto figurativo dell’arte, in favore della pura essenza delle emozioni.
L’espressionismo astratto si divise quindi in due gruppi:
da un lato gli action painters tra cui Pollock e de Kooning che lavoravano spontaneamente e letteralmente attaccavano la tela con pennellate decise e spesso aggressive. Dall’altra il Color Field, gruppo che includeva tra gli altri Mark Rothko e Barnett Newman, che riempivano le tele con vaste aree di colore volendo innescare una risposta contemplativa o meditativa nell’osservatore. Questi ultimi erano molto più interessati alla religione e all’aspetto mistico della pittura.
Nei primi anni ’60 gli artisti della New York School iniziarono a lasciare i luoghi iconici del Greenwich Village allontanandosi dalla città.
Il quartiere iniziò a cambiare, un nuovo fermento era alle porte.
Una nuova generazione di artisti si preparava a scrivere il prossimo capitolo nella storia dell’arte. La Cedar Tavern, che aveva visto nascere brillanti idee e solide amicizie, chiuse e oggi, al suo posto, c’è una delle tante farmacie di una grossa catena.